il profumo delle ginestre
IL PROFUMO DELLE GINESTRE
Parte prima
I miei ricordi dai primi passi al terremoto dell’80
Capitolo primo
Sono le serate come questa che, affacciandomi alla finestra
e vedendo il paesaggio avvolto di una fitta nebbia, mi riporta
alla mente la collina sulla quale sorge un piccolo paese che
dall’alto, domina le valli attraversate a destra dal fiume Bradano
e, a sinistra, dalla gravina e che, tagliando in due il paesaggio
delle terre confinanti tra Puglia e Basilicata, si snoda,
tortuoso e profondo, verso il mar Ionio.
Salendo la collina, la vecchia provinciale che da Matera porta
a Montescaglioso si inerpica tortuosa tra i calanchi ricoperti a
sprazzi da boschi di pini e abeti piantati, negli anni ,da interventi
di forestazione, al fine di prevenire le continue frane dei terreni
argillosi che caratterizzano quasi per intero tutto il territorio.
Sulla sinistra, un vecchio bosco di eucalipti e, a ridosso ,
decine di ettari di boscaglia di ginestre che in primavera si
riempiono di fiori gialli che emanano un intenso profumo,
percettibile fin dal centro abitato. Sul punto più alto del colle,
l' Abbazia Benedettina risalente al 1200 e di lì si estende il
vecchio centro storico, fatto per lo più di case di tufo proveniente
dalle vicine tufare della Gravina.
Proprio ai piedi dell'Abbazia c'è largo Monterrone, posto in
cui la storia posiziona l'ultimo accampamento del proconsole
romano Publio Terenzio Varrone prima della battaglia di Canne
nella guerra contro Annibale.
In uno dei quartieri più antichi di questo piccolo comune, sbocciai alla
vita e lì trascorsi i miei anni, fino a quando, spinto dalla necessità
di assicurare alla mia famiglia un minimo di tranquillità economica,
dovetti prendere la cosiddetta valigia per cercare lavoro in
lontane terre del Nord, dove ancora vivo con la speranza di poter ,
un giorno, fare ritorno nelle terre che da fanciullo imparai ad amare.
Era la seconda metà degli anni '50 e il mio, che era un
quartiere abitato per lo più da famiglie contadine, era il posto dove
era possibile parcheggiare per la notte i traini pronti per rimettersi
in moto alle prime luci del giorno e portare nei campi gli uomini e
le donne addetti alle coltivazioni della terra. Il buio avvolgeva
l’intero quartiere e a noi bimbi non pareva vero di essere padroni
indiscussi della sera e di quei traini tutti nostri dove poter fare mille
giochi e dove soprattutto poterci nascondere per i primi approcci
amorosi con le ragazzine del quartiere. Fu una sera che giocavamo
a nascondino che, presa per mano una ragazzina di qualche anno
più piccola, ci nascondemmo sotto al telone di uno dei traini
parcheggiati e li provai l'ebbrezza del primo bacio: era la sorella
di un mio compagno di scuola e ,anche se di lì a poco sarebbe
emigrata con l'intera famiglia, il ricordo di quei primi contatti con
l'altro sesso sarebbero rimasti indelebili nella mia mente per tantissimo
tempo.
Niente di veramente importante, ma per noi era la cosa più
fantastica che potesse succederci, visto la totale assenza di
qualunque discussione sull’argomento da parte delle nostre
famiglie e anche dei ragazzi più grandi che evitavano in tutti i
modi di parlare di sesso con noi più piccoli. Quindi dovemmo
scoprire ed imparare da soli la nostra sessualità e, nascosti
sotto i teloni dei traini, cominciare le nostre prime masturbazioni
collettive e i primi approcci con le nostre coetanee.
Un vecchio OM 40, che serviva per portare le donne e gli uomini,
braccianti, addetti alla coltivazione dei terreni del Conte Galante
giù in contrada "Dogana" , stazionava nel mio quartiere tutte le
sere col suo telone sconquassato e a noi ragazzacci non pareva
vero di poterci infilare nel cassone di sera e, come uno stupido
gioco, riempire le panche di legno delle nostre feci e delle nostre
urinate per sganassarci dalle risate, al mattino presto, quando gli
uomini vi salivano e puntualmente dovevano pulire le panche, ma
non potevano liberare l'aria del puzzo indescrivibile del quale
ormai era impregnato il telone.
Prima dell’alba, il silenzio della notte veniva di colpo interrotto
da mille rumori. Voci di donna che chiamavano i vicini e si davano
appuntamento per partire, i muli che venivano attaccati ai traini,
scalpitio di zoccoli di cavalli e ragli di asini.
Il paese si era svegliato, quello che per alcune ore era
sembrato un paese di fantasmi, di colpo, si era riempito di vita,
ognuno pronto a riprendere il proprio lavoro nei campi, sia uomini
che donne;o gnuno sapeva che un’altra giornata di duro lavoro li
aspettava pur di portare a casa quel minimo indispensabile che
servisse alla propria casa.
In fila indiana i muli procedevano verso valle col contadino
che li tirava a cavezza e le donne che si lasciavano trascinare
stringendo forte la coda dei muli e lentamente procedevano,
ancora mezze assonnate, tra i sentieri sterrati pieni di buche e di
sterpi. Carovane di uomini e donne ancora giovani, ma coi volti
segnati dal sole e dalla fatica nel loro procedere spediti verso i
campi in attesa, dove per interminabili ore avrebbero zappato,
estirpato, potato, curato come dei figli le piante d'ulivo e le viti
che per loro significavanol a vita.
Di giorno in paese restavamo solo noi ragazzi e gli anziani
che dovevano prendersi cura di noi quando tornavamo da scuola.
Del resto anche il loro compito non era poi meno impegnativo
dato che oltre a dover sopportare delle vere e proprie pesti quali
eravamo dovevano anche accudire la casa, rammendare i
vestiti, preparare la minestra per la sera, e badare ai conigli e
alle galline che spesso venivano lasciate girare liberamente per
strada a beccare qualche chicco di grano disperso tra i lapilli
che formavano il selciato.
Ricordo ancora molto bene l'espressione stralunata di Zi' Uela,
una donnina ultraottantenne che ogni giorno chiamava a
raccolta le sue bestiole gridando ad alta voce "pi mè pi mè"
e puntualmente gliene mancava una, perchè noi ragazzi
avevamo pensato bene di torcerle il collo e con uno spiedo
di legno, infilato da parte a parte, l'avevamo fatta arrosto su un
fuoco improvvisato, acceso tra due pezzi di tufo.
Sapore indescrivibile, un misto di amarognolo e bruciacchiato
con i residui di piume che ti si attaccavano alle labbra e ti
rendevano la bocca lipposa per tutta le giornata, niente di
paragonabile alle minestre saporite e invitanti di nonna
Margherita.
A parlarne sento quasi il profumo, come se non
avessi mai smesso di mangiare quella zuppa di pane raffermo,
ricoperto di fave e sedano cotti al pignatello sul fuoco del
camino e che si mangiava in un piatto grande, posto al centro
del tavolo e dove tutti dovevamo conquistarci un spazio per
poter accedere alla nostra razione. Sembra quasi di assistere
al film di Totò “Miseria e nobiltà”, solo che nel nostro caso si
trattava veramente di miseria, la miseria data dal non avere
nulla, la totale povertà, niente acqua corrente, niente luce,
solo una candela accesa per mangiare e poi subito spenta
per non consumarla presto, niente fognatura, niente di niente,
e pure tanta nobiltà, la nobiltà di sapere che quel piatto era il
frutto di tanto sudore, di un qualcosa guadagnato onestamente
e che volentieri si divideva con tutti, come tanti fratelli.
Il camino sempre acceso sia d'inverno che d'estate, in un
angolo, sul trepiede, il pignatello sempre pieno e, appesa alla
camastra, la casseruola dell'acqua bollente pronta per cuocere
la pasta o semplicemente per impastare il pane che le nostre
madri "trombavano" di notte per portare al forno di Giovanni il
fornaio alle prime luci dell'alba.
Era sempre all'alba che cominciava il suo giro un altro
Giovanni, " U SCETTA BANN" il banditore che, con la sua
trombetta squillante e con la voce che si udiva dai quartieri
vicini, informava il paese dell'arrivo del pesce fresco o di qualche
assemblea alla Camera del lavoro.
Il silenzio era spesso interrotto, durante la giornata, dalle grida di qualche venditore ambulante che, girando per le stradine del
quartiere, proponeva recipienti di plastica, pettini, candele e
quant'altro in cambio dei capelli raccolti dalle donne quando
si pettinavano o anche di qualche fondo di olio rimasto nelle pigne.
A noi ragazzi però l'urlo che interessava maggiormente era
quello di "Mest'Andonio" il gelataio.
"Gelatti, gelatti" echeggiava per l'intero quartiere l'urlo di
"Mest'Andonio" che aveva fermato il suo vecchio Apecar all'incrocio tra Largo Porta Schiavoni e via S.Nicola, mentre noi tutti ragazzini
ci affrettavamo a correre verso quel motocarro dove,
uscito dalla cabina del suo mezzo senza sportelli, aiutato dalle sue
grucce, era riuscito a salire sul cassone pronto a dispensare
squisiti gelati alla crema o al cioccolato per la modica somma
di cinque lire.
"Mest'Andonio" era un uomo a cui, non so se per un incidente o perchè cosi dalla nascita, mancavano entrambe le gambe al
posto delle quali aveva due protesi completamente smontabili
che spesso adagiava sulle spalle. Nonostante il suo evidente
impedimento fisico era stato costretto a lavorare sodo per tutta
la vita per tirare avanti la propria famiglia anche in considerazione
del fatto che non gli era stata riconosciuta una pensione di
invalidità, così, quando non lo si vedeva intento a riparare biciclette
nel suo piccolo laboratorio all'uscita del paese sulla strada di
Matera, lo si incontrava durante i mesi più caldi in giro per il paese
a vendere gelati. Si racconta che una volta si era ribaltato con
il suo Apecar e le persone accorse per i soccorsi si erano messe
le mani tra i capelli trovandosi di fronte ad un groviglio di gambe
che non si capiva da che parte fossero messe, e lui per nulla
preoccupato si rivolse ai malcapitati avventori invitandoli ad
essere meno stupiti e a passargli una chiave del tredici.
Si era recato finanche a Roma, facendo tutto il percorso con la sua carrozzella alla quale aveva applicato di persona un motorino,
ma non c'era stato nulla da fare, a quei tempi la pensione di
invalidità era riconosciuta solo per gli invalidi di lavoro o per
invalidi di guerra, così che al povero "Mest'Andonio" non
rimaneva altro da fare che continuare a lavorare.
Capitolo secondo
La scuola elementare che frequentavo era lontana da casa
alcune centinaia di metri e ogni mattina con il mio grembiulino
nero e fiocco celeste, con la mia cartella di cartone mi avviavo
verso la scuola con altri ragazzi e raramente ci si arrivava senza
che prima non avessimo avuto l’occasione per sporcarci in
qualche pozzanghera o strapparci il grembiule nelle tante liti
che avvenivano prima che la campanella ci avvisasse dell'inizio
delle lezioni.
Il maestro aveva una bacchetta di legno che non disdegnava
di utilizzare per colpirci ripetutamente sulle mani a seconda
della gravità di ciò che avevamo combinato, e si tornava a casa
quasi ogni giorno con le mani rosse che sembravano peperoni.
Una volta a casa dovevo togliermi le scarpe che i miei mi
avevano comprato e che potevo utilizzare solo per andare a
scuola, mentre per il resto della giornata dovevo restare a piedi
nudi, e così avevo i piedi pieni di tagli che mi procuravo con
qualche coccio di vetro o pieni di spine che si conficcavano
quando si andava a giocare giù nel vallone.
Il vallone era un dirupo alberato che da casa mia si inabissava
con forti pendenze verso la valle della Gravina, e tra quegli
alberi e tra l'immondizia che vi si accumulava noi eravamo
soliti passare le giornate, inventandoci mille giochi di banda e
guerre con ragazzi di altri quartieri armati di archi costruiti con
dei pezzi di legno e frecce di stecche di ombrello o con delle
fionde ,sempre artigianali, fatte con gli elastici di camera d'aria
di biciclette.
Eravamo i veri padroni della situazione, ci sentivamo grandi
e invincibili, come se i mille pericoli che si nascondevano in quei
nostri giochi e tra quella sporcizia o che venivano dalle decine
di vipere non ci riguardassero minimamente.
Sugli alberi avevamo costruito le nostre capanne di canna con
passerelle di corda, da albero ad albero, ad emulare le gesta di
Tarzan di cui ,di tanto in tanto, riuscivamo a vedere qualche film
nella vicina arena del cinema comunale, naturalmente dopo aver
scavalcato il muretto di cinta.
I vigili urbani ci rincorrevano ogni giorno cercando in tutti i
modi di farci sloggiare, ma non ci sono mai riusciti. Una volta gli
abbiamo teso una trappola; avevamo posizionato delle conche
(recipienti che servivano alle nostre madri per il bucato)
sugli alberi, riempite con la melma e i liquami della fognatura
che a cielo aperto attraversava il vallone, cosi, quando due
vigili si avventurarono nel sentiero che portava alle capanne,
rovesciammo loro addosso tutto il contenuto riempiendoli
completamente di melma. Dopo quella volta hanno desistito e di
lì in avanti si sono limitati a sequestrarci qualche pallone o a
elevare delle contravvenzioni ai nostri genitori che poi
puntualmente venivano annullate dal comandante dei vigili, non
prima però della ormai tradizionale ramanzina e tirata di orecchie.
Quando non eravamo impegnati nelle guerre di bande ci
dedicavamo alla cattura dei cuccioli di cani randagi che a
decine affollavano il vallone ed ognuno di noi possedeva il proprio
cane da accudire con il quale giocare durante le ore in cui si
rimaneva da soli, oppure nella cattura di vipere vive che poi
liberavamo tra le gambe delle donne che sedute all'ombra di un
albero di fianco al muretto rammendavano calze o lavoravano
ai ferri.
Lupo era il nome che avevamo dato ad un cane bastardo nero che
ci contendevamo spesso con i ragazzini che abitavano il
promontorio di fronte al vallone; succedeva che di notte spesso
loro si recavano nelle nostre capanne per rubare il cane e
lo stesso facevamo noi che a nostra volta ci recavamo nella grotta
sul loro promontorio dove lo custodivano. Un giorno, dopo l'ennesima
guerra, tra i due quartieri decidemmo che sarebbe stato Lupo a
scegliere con chi stare, così, messo al centro il cane, cominciammo
a chiamarlo per nome e alla fine lupo scelse di venire da noi.
Il cane però era solo una scusa, la verità è che cercavamo sempre
dei pretesti per poter cominciare una guerra, così, tornati al vallone,
appendemmo ad un albero un pezzo di tufo con uno straccio nero
per fare in modo che, a distanza, quelli del quartiere di fronte
pensassero si trattasse del cane che avevamo impiccato. Così non
era, ma lo scherzo riuscì lo stesso tant'è che subito si riversarono
tutti nel vallone e lì nuovamente botte di santa ragione.
Spesso il vallone diveniva impraticabile dalle piogge
temporalesche e allora i giochi si spostavano per strada anche
nelle ore serali; si giocava alla "staccia", al "piccio", "pizzingrillo",
"cavallo sotto" , oltre naturalmente al classico nascondino.
Fu in uno di questi giorni nel tardo pomeriggio che, mentre
stavamo giocando a pallone con mio fratello, ci sentimmo
chiamare da un vicino cantiere edile e un operaio ci chiese di
recarci a comprargli alcune sigarette; allora Ernesto, il tabaccaio,
vendeva le sigarette sfuse in un piccolo negozietto all'inizio di
Corso Repubblica, sul banco un pezzo di marmo dove faceva
rimbalzare le cinquecento lire d'argento per sentirne il suono e
capire se fossero false. Mentre tornavamo da comprare le
sigarette, un forte boato scosse l'intero abitato e tutta la piazza
fu invasa da un polverone nero, tanto da oscurare a notte la
luce del giorno; in quel cantiere, dove si stavano eseguendo dei
lavori di sottomurazione, era crollato il palazzo adiacente e
cinque operai erano rimasti sepolti vivi, compreso l'uomo che
ci aveva chiesto di comprargli le sigarette.
Fu una tragedia che sconvolse l'intero paese, il dramma si
leggeva nei pianti e nelle urla dei familiari accorsi sul posto,
sul via vai di ambulanze arrivate dalla vicina Matera e nel
silenzio rispettoso delle tante persone accorse e che incredule
osservavano quanto era accaduto.
Per anni quel cantiere è rimasto bloccato e nell'immaginario
collettivo sarebbe rimasto il "palazzo crollato", posto da cui
bisognava stare alla larga di sera per paura degli spiriti delle
persone che avevano perso la vita.
Le giornate passavano veloci, giusto il tempo di tornare da
scuola, fare in fretta i compiti e via giù nel vallone con gli altri
ragazzi a trascorrere le rimanenti ore della giornate tra scorrerie
e giochi di banda. Le nostre giornate erano intense, piene di
giochi collettivi,l a maggior parte dei quali servivano per lo più
per stabilire all’interno del gruppo colui che doveva essere
ritenuto il capo banda . Ricordo che per alcuni anni la rivalità
si era stabilita tra me e un altro mio coetaneo con il quale
dovetti misurarmi in innumerevoli gare sia fisiche che di
intelligenza per stabilire chi dei due alla fine sarebbe stato il
capo incontrastato. Si era stabilita una sorta di parità tra noi
due che alla fine ci spingeva a cercare ogni giorno delle gare
sempre più difficili da superare, al limite dell’immaginazione
umana, fino al giorno in cui decidemmo di saltare sul letto del
fiume Bradano da un’altezza di diversi metri. La sorte decise
che sarei stato io il primo a lanciarmi, così, avvicinatomi al ciglio
del burrone, con il cuore che batteva a mille pieno di paura,
chiusi gli occhi e da vero incosciente mi lasciai cadere nel vuoto.
Furono attimi davvero interminabili in cui mi passarono davanti
agli occhi innumerevoli pensieri, fino a quando sentii un forte
dolore sul fondo schiena. Aprii gli occhi e mi resi conto subito
di avercela fatta, il fondo sabbioso del letto del fiume aveva
attutito la caduta e io mi sentivo al settimo cielo per aver
compiuto un’impresa davvero ineguagliabile. Francesco, cosi si
chiamava il mio amico rivale, non ebbe il coraggio di ripetere il
mio gesto, allora da quel momento io per tutti ero diventato il
capo da seguire.
Un posto dove ci si recava di sovente per le nostre scorribande
era l'Abbazia Benedettina, chiusa da diversi anni per ragioni di
sicurezza; era il luogo ideale per i nostri nascondigli, ci
inoltravamo nei tanti cunicoli sotterranei che si snodavano per
diverse centinaia di metri sotto l'abitato, con non pochi rischi di
finire dentro ad un pozzo o rimanere sepolti da una delle tante
frane che spesso avvenivano in quei cunicoli per le infiltrazioni
di acqua piovana. In uno di quei cunicoli, dietro un muro di tufo
che demolimmo per accedere nella camera adiacente, avemmo
la sorpresa un giorno di trovare un monaco scheletrito che
penzolava dal soffitto con una corda al collo, chissà, forse suicida
o probabilmente impiccato durante uno degli attacchi che
l'abbazia aveva subito durante il Medio Evo.
Capitolo terzo
Le stagioni si susseguivano con la stessa velocità con cui
trascorrevano le giornate, presto arrivava l’estate, ma anche
presto ritornava l’autunno e anche la riapertura della scuola.
Ogni stagione aveva però il proprio fascino. L’autunno significava
sì il ritorno a scuola quasi sempre traumatico, ma anche il
piacere di vivere una stagione piena di profumi; mio padre mi
portava a raccogliere l’uva e mi permetteva di pigiarla a piedi
nudi in un grosso tino che avevamo in cantina ; io e mio fratello
di qualche anno più grande ci sguazzavamo dentro impegnati in
una gara a chi alla fine sarebbe risultato più imbrattato di mosto.
L'uva schiacciata veniva riposta con il mosto in una grossa
botte di rovere per la fermentazione; ai piedi della botte in
prossimità del buco da dove si sarebbe poi tirato fuori il vino si
poneva una pianta di asparagina che funzionava da filtro tenuta
ferma da un grosso lapillo della gravina. La fermentazione del
vino durava all'incirca sette -dieci giorni e ogni mattina e ogni
sera bisognava “darci il piede”, un lavoro che consisteva nello
spingere con una forca di legno la vinaccia di lato per farla
capovolgere. Passato il tempo della fermentazione, il vino veniva
spillato e messo in barili di rovere o damigiane di vetro, mentre la
vinaccia veniva torchiata con dei grossi torchi per farci lo
stringituro, un vino un po' più polposo e amarognolo, ma non tutti
usavano questa tecnica, altri preferivano aggiungere dell'acqua
alla vinaccia e spillarla decine di volte ributtandola sempre nella
botte per farci il "levi e metti", un vinello più leggero che di fatti
era solo acqua colorata.
La raccolta delle olive cominciava la settimana dei Santi
e la domenica io e mio fratello andavamo in campagna ad aiutare
mia madre e i miei parenti. Mio padre invece in quel periodo era
impegnato in un frantoio per la spremitura delle olive, anche
perché era un lavoro ben pagato e con quello che riusciva a
guadagnare durante la campagna dell’olio riuscivamo a tirare
avanti quasi per l’intero anno. La giornata, durante la raccolta
delle olive, era caratterizzata dai canti delle donne che in una
sorta di botta e risposta si udivano da un campo all’altro e
sembrava quasi che con i vicini si stesse lavorando insieme.
Le olive raccolte nei sacchi di iuta venivano portate al frantoio
dove sarebbero state spremute e si sarebbe prodotto l'olio.
La molitura delle olive avveniva in grosse vasche dove
giravano delle grandi ruote di granito; la pasta cosi prodotta
veniva poi riposta su dei dischi di canapa e pressata con delle
grosse presse, così che il liquido raccolto in alcuni tini venisse poi
passato dentro un separatore di dischi d'acciaio per separare
l'olio dall'acqua.
Mio padre ormai da tempo lavorava come “conziere” nel frantoio
di Faugno, era cosi ben voluto dai proprietari che era divenuto di
fatti il loro uomo di fiducia e quindi mi permetteva di trascorrere
le giornate all'interno del frantoio; a me piaceva osservare le
varie fasi di lavorazione, guardare quell'andirivieni di muli carichi
di sacchi di olive, la loro pesatura e tutte le fasi successive, ma
la cosa che più mi affascinava era osservare mio padre quando,
in alcuni casi particolari, perchè richiesto dal padrone o per il
nostro olio, procedeva alla raccolta dell'olio direttamente dai tini,
senza farlo passare dal separatore con un largo piatto di rame
e lui con movimenti delicati ma decisi faceva il filo all'olio,
raccogliendolo nel piatto senza che si mischiasse con l'acqua,
che, essendo più pesante, rimaneva nel fondo dei tini.
Un giorno, sempre nel frantoio, presi il "cuchimo", la brocca
dell'acqua fresca che mio padre teneva riposta in un angolo
e, portatolo alla bocca, diedi qualche sorsata; un operaio che
mi vide disse a mio padre che prima di bere avevo pulito
la bocca del "cuchimo" con la manica del maglione. Questo era
un gesto ritenuto di vera maleducazione cosicchè mio padre
mi prese e mi riempi di botte; da quel giorno evitai di fermarmi
ancora nel frantoio, così mi limitavo a portargli solamente la
scodella del pasto, correndo subito via. Un altro gesto di grande
maleducazione era ritenuto il dare del "tu" alle persone più
anziane alle quali bisognava sempre rivolgersi con il "sign'rì"
ossia "vossignoria".
Uno dei ricordi dell’autunno che non ho mai perso è legato al
giorno dei morti; mia nonna si raccomandava ogni anno che la
sera del primo novembre si andasse a letto presto in quanto la
notte tra il primo e il due era la notte dell’anima dei morti, ci
raccontava della volta in cui era stata lei testimone della lunga
processione di anime piccolissime che con i ceri in mano si
dirigevano dal cimitero verso la chiesa madre e viceversa
recitando il rosario e che a noi comuni mortali fosse negato
potervi assistere, pena il divenire all’istante anche noi delle
anime dei morti. Mi sono sempre chiesto come mai a lei non
fosse successo, visto che era stata testimone di questo insolito
fenomeno. Sta di fatto che una volta con degli amici decidemmo
di sfidare la sorte e ci recammo nei pressi del cimitero per
assistere a questa insolita processione, e fummo presi da un
grandissimo spavento nonché stupore nello scoprire che dai
campi dove erano tumulati i defunti nel terreno si alzavano di
tanto in tanto delle sottili lingue di fuoco che svanivano
immediatamente nell’aria. Pensammo si trattasse di anime dei
morti, e solo molto più avanti negli anni scoprii che si trattava
di un fenomeno naturale, dovuto alle esalazioni di gas,
comunemente noto come fenomeno dei fuochi fatui e cui a
quei tempi era possibile assistere in notti completamente buie,
anche grazie all’assenza di una minima illuminazione della zona.
Per anni comunque non sfidai più tale destino e solo molti anni
più tardi, ormai adolescente, per una sorta di sfida con
altri amici, una notte ritornai nel cimitero, per fumarmi una
sigaretta seduto su una tomba in fondo al viale principale e poi
tornarmene fuori, orgoglioso ancora una volta di aver dato ai
miei compagni la dimostrazione di quanto fossi coraggioso,
(stupido direi oggi).
Che dire? Ero una piccola peste, mia madre le provava di tutte
per farmi calmare, ma non ci riusciva, una volta mi costrinse
persino a fare il chierichetto e anche quella volta i risultati
furono scadenti, visto che mentre servivo la messa durante la
comunione feci cadere un'ostia consacrata per terra e il parroco
fu costretto ad inginocchiarsi e raccoglierla con la lingua, cosi
fui cacciato anche dalla chiesa, non prima però di essermi preso
sonori scapaccioni, una volta tornati in sacrestia.
L’autunno passava e l’inverno ormai alle porte ci portava il
profumo del Natale, le strade si riempivano dell’odore dell’olio
appena fatto in cui si friggevano le pettole e i porcelli, e i piatti
si trasferivano da una casa all’altra per tutto il vicinato.
Portarsi in regalo le pettole era il modo per riaffermare lo stretto
legame di amicizia, così profondamente sentito tra tutti i vicini,
legati da una specie di vincolo di parentela dato dalla “comparizia”
per il semplice fatto che il cugino del nipote della sorella della
cognata e così via avesse tenuto a battesimo uno dei figli
dell’altro cugino del nipote della sorella del cognato e così via.
Il legame si perdeva nel tempo come nelle generazioni, ma per
noi era come se fosse così vicino da essere quasi fratelli. Oggi mi
capita spesso magari di incontrare un mio cugino di sangue ,
e nel presentarlo ai mie figli, di sentirmi rispondere con superficialità
“Embè, chi lo conosce?”
Il Natale per noi era una grande festa, prima perchè le scuole
chiudevano e poi anche perché il paese si svegliava dal torpore
autunnale per gettarsi in una piacevole armonia natalizia che a
cominciare dal giorno dell’Immacolata, 8 dicembre fino alla sera
del 5 gennaio, vedeva numerosi gruppi di giovani dedicarsi alle
serenate della cupa cupa, serenate che al suono di fisarmoniche,
organetti e strumenti di fortuna, tipo bottiglie e mortai dove si
pestava il sale, i giovani dedicavano alle proprie fidanzate o
semplici amici al solo scopo di trascorrere una nottata in
armonia, tra una spaghettata e una bottiglia di vino o anche per
assaggiare la salsiccia fresca che solitamente non mancava in
questo periodo, dato che quasi tutti avevano ammazzato il maiale.
Le donne erano indaffarate più del solito durante questo periodo,
oltre ai soliti lavori dovevano anche provvedere alla preparazione
di taralli e bocconetti, dolci tipici del Natale oltre naturalmente
a pettole e porcelli.
La sera del 5 gennaio, vigilia dell’Epifania, quasi d’incanto tutto
finiva, per le strade non più serenate ma i cucibocche,
personaggio vestito di stracci che trascinandosi dietro una
grossa catena aveva il compito di cucire le bocche ai bambini,
armato di un grosso ago da calzolaio o da maniscalco a ribadire
che le feste erano finite e che dall’indomani ognuno doveva
dedicarsi nuovamente al proprio compito con la mente protesa
solo verso il lavoro, lasciandosi alle spalle tutto il gozzovigliare
dei giorni precedenti.
Ha ricominciato a nevicare, i fiocchi cadono lenti dietro la
finestra e io li fisso nel loro discendere e adagiarsi dolcemente
sui rami degli alberi di platano ormai senza più foglie che
formano il viale di casa mia in questa cittadina della pianura padana.
Accostato al termosifone cerco di prendere un po' di tepore
mentre la mente mi porta a ricordi lontani allorquando a
dodicenne, mezzo assonnato dal calore e dal fumo che usciva
dal caminetto di casa mia, me ne stavo ad ascoltare le favole
di briganti che mio padre mi raccontava per tenermi compagnia
o forse per farsi compagnia.
Era il 5 gennaio del 1969 vigilia dell'epifania e già con lo
sguardo cercavo di individuare il punto esatto di quel caminetto
dove, come facevo tutti gli anni, avrei appeso la calza di trama
che la befana di lì a qualche ora avrebbe riempito di caramelle;
tra le mani stringevo una piccola statuetta di S. Antonio che
aveva in braccio il bambino e in una mano dei fiori forse di giglio,
che, forse per la sonnolenza o per distrazione, scivolatami di
mano e cadendo per terra si ruppe proprio nel punto dove la
mano di S. Antonio stringeva quei fiori.
Al momento non ci diedi importanza, ero sì dispiaciuto, ma
niente di più.
Fu nel tardi pomeriggio, verso le cinque o le sei che cominciai
a vedere un via vai di gente che frettolosamente saliva e
scendeva le scale della casa di nonna Margherita che
abitava a pochissimi passi da casa mia.
Non capivo cosa stesse succedendo, mia madre mi aveva
raccomandato di non uscire di casa perchè col buio sarebbero
usciti i cucibocca e guai a farsi trovare per strada, ma la
curiosità per quel via vai era cosi forte che, eluse le
raccomandazioni di mia madre, mi precipitai su per le scale e
entrato di corsa nell'unica stanza mi ritrovai davanti a tantissima
gente con il rosario in mano e sul letto di tristelli di ferro giaceva
sotto un velo bianco il corpo immobile di mia nonna con i piedi
legati da un nastro bianco a tenerli uniti.
Saranno trascorsi pochissimi secondi ed ero già fuori a correre
per le stradine del vallone, correvo e singhiozzavo, singhiozzavo
e tra me e me ripetevo che non poteva essere vero, non poteva
morire mia nonna proprio nel giorno in cui mi aspettavo dei doni.
Tornai a casa e rannicchiato davanti al camino con le lacrime
agli occhi mi ritrovai tra le mani quella statuetta con i fiori
spezzati.
Fu allora che cominciai a pensare che tra la statuetta rotta e la
morte di mia nonna doveva esserci una relazione, la statuetta
si era spezzata e mia nonna era morta.
Non so perchè, ma la fantasia di un bambino non ha limiti,
cominciai a convincermi che se fossi riuscito ad aggiustare
quella statuetta forse non tutto sarebbe stato perduto, mia
nonna avrebbe anche potuto risvegliarsi da quel sonno in cui
era caduta.
Feci la strada di corsa e piombai nella piccola bottega di
Graziantonio, il calzolaio, chiedendogli per favore di darmi un
pochino di colla e sempre di corsa tornai a casa a trafficare
con quella statuetta e in qualche modo riuscii a rimettere
insieme i cocci.
Era fatta, bisognava solo aspettare e sperare. Sperare e
pregare e non so quanto ho sperato e quanto ho pregato, so
solo che nulla più aveva importanza, neanche quella calza che
avevo preparato da appendere e che non ho mai più appeso.
Stremato, mi sono addormentato e al mattino seguente in quel
camino altro non c'era che l'odore acre di fumo di un pezzo di
legna che aveva arso per tutta la notte.
Mi chiamò una mia zia che abitava li vicino e portatomi a casa
sua mi diede una calza con dentro qualche caramella e qualche
cioccolatino, cercando di convincermi che quella notte la befana
si era fermata da lei e lì aveva lasciato anche i miei doni.
Ma ero troppo deluso, buttai la calza per strada e me ne tornai
vicino al camino, e lì scoppiai in un pianto a dirotto, senza più la
statuetta, senza la calza, senza più una befana, ma soprattutto
senza più una nonna.
Ero molto legato a nonna Margherita, i nonni non li avevo mai
conosciuti perchè morti prima della mia nascita, mentre la madre
di mio padre, Mammantonia, era morta qualche anno prima, dopo
essere stata relegata nel letto da una paralisi per diversi anni,
quindi nonna Margherita era la sola nonna che si prendeva cura
di me e per molto tempo avevo dormito a casa sua nel suo letto
costretto anche a recitare preghiere in latino prima di addormentarci;
fu così che la sua morte lasciò in me un vuoto incredibile, di notte
non riuscivo ad addormentarmi e con la scusa che non mi sentivo
bene chiedevo ai miei di tenere la luce accesa di notte.
Fatto sta che io non stavo bene per davvero e il medico mi fece
fare delle analisi così scoprimmo che mi ero preso il tifo e
rischiavo veramente tanto. per due mesi stetti lontano da scuola,
ma i compiti li facevo comunque, visto che tutti i giorni
i miei compagni di scuola venivano a trovarmi e mi aiutavano
con le lezioni.
I momenti di svago però non finivano del tutto con il passare del
Natale; di li a poco, a cavallo tra l’inverno e la primavera, altri due
momenti caratterizzavano la vita sociale del mio paese, uno più
propriamente mondano, il carnevale, l’altro religioso, la festa di
San Giuseppe. Il carnevale tipico si svolgeva in due momenti
principali e molto diversi tra loro, il primo, l’ultima domenica di
carnevale, vedeva scendere in piazza ,vestiti da dame e cavalieri,
i giovani della casta sociale più elevata, figli di artigiani in
particolare che si esibivano in sfilate a simboleggiare il
matrimonio e con la fisarmonica ci si fermava ad ogni incrocio
per dare sfoggio delle proprie abilità di ballerini tra valzer,
mazurche,pizzica pizzica e tarantelle. Il secondo invece, il
martedì mattina, ricordava il carnevale del pastore che arrivato
in ritardo in paese per le feste aveva voluto lo stesso
festeggiare il carnevale, e allora per il paese vedevi gruppi
numerosi di ragazzi vestiti da pastori che con il suono di grossi
campanacci accompagnavano l’asinello che portava in groppa
un pupo di stoffa che rappresentava il carnevale e che sarebbe
stato bruciato in piazza, per simboleggiare la morte di Carnevalone.
Finito carnevale, tra i due palazzi situati all’inizio del corso
principale, veniva appesa la quaremma con sette pupi anch’essi
di stoffa che ricordavano la quaresima e le sette settimane che
ci separavano dalla Pasqua.
San Giuseppe era per noi ragazzi l’occasione di dimostrare
ancora una volta la nostra abilità nello sfidare i ragazzi di altri
rioni; la sera di san Giuseppe si accendevano i falò in ogni
rione e la sfida consisteva nel realizzare il falò più grande e
duraturo di tutto il paese. Si cominciava con la raccolta della
legna già da diverse settimane prima, recandoci a tagliare le
ginestre giù nelle scarpata che portava alla stazione. In questo
periodo le ginestre erano colme di fiori gialli ed emanavano un
intenso profumo che si percepiva fin dalle prime case
dell’abitato. Ancora oggi, ogni volta che ritorno al paese e con
la macchina mi inerpico per la strada tortuosa che attraversa
la zona delle ginestre, mi sembra di rivivere quegli
indimenticabili momenti al punto di sentire ancora quel dolce
profumo, che mi accompagna da tutta la vita.
Si cominciava verso la fine di febbraio, in bande, armati di
accette e roncole ci inoltravamo tra le boscaglie di ginestre
dove i rami erano più grossi e lì, dopo averle tagliate, le
legavamo in grosse fascine che ci caricavamo in spalla come
dei muli e ci inerpicavamo per i sentieri che portavano al
paese facendo numerose soste prima di raggiungerlo, data la
notevole distanza e anche la forte salita; però la fatica non ci
riguardava, entusiasti come eravamo di poter fare il fuoco più
grande. Era il periodo questo in cui era facile imbattersi nei
"legnavoli" nome dialettale con cui venivano chiamati gli
orbettini così numerosi nella zona delle ginestre. L'orbettino
è una piccola lucertola con due zampe quasi invisibili che per
la loro forma e lunghezza potevano essere scambiate per delle
vipere, cosicchè spesso ne catturavamo qualcuna e ci divertivamo
a fare dei piccoli scherzi agli amici infilandoli nelle tasche dei
pantaloni.
Le ginestre si accatastavano a montagne per le vie del paese,
e di sera, quasi fino a notte, restavamo lì di guardia per paura che
ragazzi di altri quartieri venissero a rubarle e al momento di
bruciarle, la sera del santo, liberavano al cielo migliaia di piccole
scintille volteggianti e scoppiettanti, e tanto più era forte lo
scoppiettio tanto più noi ragazzi eravamo contenti della riuscita
del falò.
Ricordo un anno che, proprio il giorno di S. Giuseppe, mia madre
mi aveva fatto indossare un paio di calzoncini nuovi con la
raccomandazione di non andare a legna quel giorno; io invece
come se non mi avesse detto nulla andai lo stesso a ginestre
con i miei coetanei e mi strappai i pantaloni, mio padre,
imbestialito nero, mandò mio fratello a recuperarmi e intanto che
salivamo il sentiero piangevo, immaginandomi già le botte che
avrei preso per quei pantaloni strappati e mio fratello mi
rincuorava con una frase che mi è rimasta per sempre nella
mente: l' mazzat pass'n e u cul ng'rass (le botte passano e il
sedere si ingrassa).
A Pasqua si era già in primavera e i campi ormai pieni di mille
colori ci offrivano per intera la bellezza dei nostri colli e delle nostre
valli. Dal colle del belvedere potevi vedere in lontananza l’intero
golfo che abbracciava la città di Taranto, e la limpidezza
dell’aria ci riempiva di autentica gioia, l’inverno era alle spalle,
la scuola stava per finire e finalmente sarebbe arrivata
nuovamente la tanto desiderata bella stagione. Però era ancora
presto per smettere i vestiti pesanti. Ma noi approfittavamo lo
stesso delle belle giornate per le uscite e le scorribande giù per
le valli a raccogliere gli steli di cucassedda, una specie di
pianta pelosa dall’estremità appuntita a forma di ago che di
sera lanciavamo tra i capelli delle ragazze nel corso, o a scavare
le radici di liquirizia che nella zona tra Fontana di grillo e Fontana
di garza cresceva copiosa e anche a poche decine di centimetri
di profondità.
La primavera è sempre stata una delle stagioni
dell’anno che io preferivo, il clima era veramente fantastico, né
troppo caldo e neanche troppo freddo, era la stagione dei
falchetti che noi andavamo a catturare con autentiche scalate
sui muri dell’abbazia fino ai buchi in alto dove si trovavano i nidi.
La Pasqua riportava nelle case il profumo delle pastarelle con la
buccia di limone che le nostre madri si apprestavano a fare in
vista della festa.
Un altro odore che caratterizzava il periodo era
dato dal profumo di sapone misto a cenere che le massaie
facevano bollire in grossi calderoni al fine di fare le pulizie
primaverili che di fatto investivano tutta la casa. Ogni cosa
veniva tirata fuori dagli stipi per essere lavata, i mobili spostati
o tirati fuori dalle case per poter passare sui muri una pittura a
base di calce viva che aveva la doppia funzione di imbiancare
e anche di igienizzare tutta la casa, e io, come al solito,
approfittavo per rovistare tra le masserizie al fine di trovare
qualche cosa nascosta da poter mettere sotto i denti, e come
al solito riuscivo sempre a scoprire il sacchetto di tela bianca
dove mia madre conservava i fichi secchi ricolmi di polvere
bianca, simile per aspetto e sapore allo zucchero e che a me
piacevano tantissimo.
Quelli erano i giorni in cui dimenticavamo tutti i nostri giochi
di gruppo e ci dedicavamo alla raccolta di asparagi selvatici
che poi raccolti in mazzetti vendevamo al fruttivendolo per
per qualche decina di lire che usavamo per andare al cinema; un
altro sistema per recuperare qualche lira era la raccolta del
ferro vecchio tra le immondizie che vendevamo ad un rigattiere,
Luigi il napoletano, per dieci lire al chilo e che puntualmente ci
fregava buttando la maggior parte tra gli scarti che poi lui
vendeva ugualmente. Spesso però non trovavamo nulla e allora
al cinema si andava ugualmente pagando con un pugno di fave
o di ceci che prendevamo a casa di mia nonna.
Il primo maggio, festa dei lavoratori, era anche la ricorrenza
della Madonna delle Murge, e visto che la scuola chiudeva in
quella giornata ci si recava in pellegrinaggio (ma era più una
scampagnata) alla chiesetta della Madonna che si trovava sulle
murge a ridosso della gravina a diversi chilometri di distanza.
Per raggiungerla occorreva percorrere l’intero percorso a piedi ,
lunghi sentieri scavati nel tufo dai pastori che si inerpicavano
sulla fiancata della gravina, con non pochi rischi di fare un volo
di diverse decine di metri. Però era un rischio che valeva la pena
correre perché alla fine ci si divertiva da matti in giochi di
compagnia e anche perché era l’occasione per poter abbordare
qualche ragazza, finalmente lontana dallo sguardo e dal controllo
dei genitori. La sera, invece, in piazza, si svolgeva la festa dei
lavoratori con l’immancabile banda musicale che suonava
sempre e solamente l’inno dei lavoratori e Bandiera Rossa , e con la
presa del palo della cuccagna.
Fu un primo maggio che, al ritorno dalle murge, mia madre mi fece
trovare da mangiare una fetta di pane casereccio spalmato con
della ricotta, un sapore così buono che ancora mi accompagna
nei miei ricordi, nonostante a me la ricotta non piaccia.
Ormai era l’estate, la scuola chiudeva come sempre ai primi
di giugno, così noi ragazzetti più piccoli potevamo godere il
nostro meritato riposo e trascorrere l’estate in piena libertà a
correre e giocare giù per il vallone dove avevamo costruito le
nostre capanne di canna tra gli alberi e giocavamo a fare la
guerra con i rioni vicini con archi e frecce fatti con i ferri di
supporto degli ombrelli. Capitava spesso che in queste nostre
scorribande qualcuno si facesse male per davvero, e allora
erano dolori amari, sia per il malcapitato ma anche per noialtri
che immancabilmente ci prendevamo la nostra razione di botte
dai nostri genitori. L’estate era anche la stagione dei carri
costruiti da noi stessi con un’asse di legno e ruote fatte di
cuscinetti che riuscivamo a raccattare da qualche meccanico;
così, lanciati a tutta velocità dall’alto della piazza, si percorreva
tutto il vialone fino ai confini del paese.
L'estate però era soprattutto S. Rocco, la festa patronale, che
per noi era da sempre la festa più bella. Ritornavano i nostri parenti
dalle città e dalle nazioni del Nord Europa e con loro immancabilmente
arrivavano i regali, cioccolate, giocattoli o vestiti che anche se già
usati per noi erano sempre così belli.
Il 20 agosto poi era il giorno di S. Rocco, il paese pieno di luminarie,
le bancarelle per tutto il corso, le giostre, la processione del Santo
che, partendo dalle prime ore del mattino, girava per tutte le vie del
paese, e poi di sera il carro trionfale, tirato da sette cavalli preceduto
dalla cavalcata del clero, per concludersi poi tutto con grandi fuochi
d'artificio.
CAPITOLO QUARTO
Durante gli anni delle Elementari conobbi un ragazzino
che frequentava la mia stessa classe, con il quale continuammo
tutte le Medie e che si sarebbe rivelato per me un
incontro che avrebbe segnato per sempre la mia vita.
Intanto gli anni passavano e con essi si susseguivano le
stagioni, anche il progresso cominciava a far sentire il proprio
avvento, con l’arrivo delle prime autovetture e i primi
elettrodomestici. Un mio zio che faceva il bidello aveva potuto
comprare il primo televisore così tutta la famiglia si riuniva a
casa di questo mio zio per vedere i programmi televisivi, e
questa era una vera novità che avrebbe rivoluzionato le
abitudini delle famiglie in modo drastico e irreversibile; fu allora
che capii che ormai potevo dire addio alle serate passate
attorno al camino ad ascoltare i racconti di spiriti o di briganti
che ci raccontava mio padre e che a me piaceva tantissimo
ascoltare; Ninga Nanga e Nannanea e di come avevano assalito
la masseria del "Bartino" sarebbero rimasti per sempre solo un ricordo. Il "Bartino" era, ai tempi del brigantaggio, un proprietario
terriero a cui era stato chiesto di ospitare un brigante ferito
durante uno scontro con i gendarmi; nonostante avesse
assicurato la sua ospitalità, pensò bene di denunciarlo e farlo
arrestare, cosicchè fu fucilato in contrada Belvedere dove
ora è posizionato un obelisco con una croce a ricordarne
l'esecuzione. Ninga Nanga e Nannanea per rappresaglia uccisero
il "Bartino" e spedirono alla moglie le parti intime evirate .
Gli anni che seguirono furono quelli in cui vidi trasformarsi
i miei interessi, i giochi e le scorribande mi interessavano
sempre meno, mentre vedevo crescere in me il desiderio di
confrontarmi con realtà completamente diverse, così,
affascinato dalla vita associativa, frequentai per alcuni anni la
locale associazione scoutistica, spinto anche dalla vita
avventurosa che ci veniva offerta con le frequenti uscite o i
periodici campeggi; fu durante una di queste scampagnate che
fui morso da un serpente e mi presi una di quelle paure che mi
son portato dietro per tantissimi anni, al punto da farmi
sobbalzare ogni volta che sentivo il fruscio di una lucertola.
Intanto però avevo continuato a coltivare l’amicizia con quel
ragazzino che mi portavo dietro dalle elementari.
Franco era figlio di un dirigente comunista che aveva fatto la
storia del movimento comunista a Montescaglioso; arrestato
con altri braccianti e dirigenti contadini durante le occupazione
delle terre, aveva sposato successivamente la vedova di un
bracciante ucciso dalla polizia di Scelba nella notte del 12
dicembre del '49, quando, a seguito degli arresti operati, tutto il
paese si era riversato nelle strade per protestare e chiederne la
scarcerazione. Durante quella manifestazione la polizia sparò e
rimase ucciso Giuseppe Novello, mentre altri braccianti
rimasero feriti.
Vincenza,l a mamma di Franco, era un’ottima cuoca e
soprattutto sapeva preparare degli ottimi dolci che noi amici di
Franco divoravamo con vero gusto; fu cosi che cominciai a
frequentare quella casa e a leggere i primi giornalini che
parlavano di antifascismo e di lotta di classe.
Io non disdegnavo di frequentare casa sua, sia per i dolci
della madre e anche perchè avevamo cominciato a fare i
compiti di scuola in gruppo e approfittavamo della presenza tra
noi del figlio del fruttivendolo, che ogni giorno, di nascosto dal
padre, ci portava delle banane, come premio per il fatto che gli
permettevamo di studiare con noi, e a quei tempi le banane se
le potevano permettere solo i ricchi del paese.
La mia era una famiglia di braccianti comunisti, non
propriamente attivisti,,ma indubbiamente comunisti, e lo si
capiva dai discorsi che facevano a cena soprattutto durante
le campagne elettorali quando si commentavano i comizi che
si erano tenuti in piazza, quindi le prime idee che già in me si
stavano formando in famiglia, trovavano ora riscontro nella
frequentazione di quel ragazzino e della sua casa.
Mio padre da sempre contadino, figlio di contadini, aveva
deciso di diventare bracciante quando. dopo la mia nascita. mia
madre si era ammalata e non poteva quindi essere più di
nessun aiuto nella conduzione dei terreni allora coltivati per lo
più a mezzadria, e i pochi ricavi ottenuti dalla vendita dei
prodotti dei nostri campi non permettevano un adeguato
sostentamento alla famiglia, mentre il lavoro di bracciante gli
permetteva quanto meno di guadagnare il minimo indispensabile.
Per questo, a seconda dei periodi, era dedito alle varie coltivazioni
dei campi altrui, data anche la sua grande capacità di persona
veramente specializzata nella potatura e nella conduzione
dei vigneti.
Le radici socialiste della famiglia di mio padre come anche
quella di mia madre si perdevano nel tempo, già alla fine
dell’8oo la famiglia di mio padre aveva avuto modo di avere
contatti con il movimento socialista materano, quando uno zio
di mio padre, tornato dopo decenni dalle guerre di indipendenza,
non avendo trovato lavoro si era aggregato alle bande di
briganti che in Basilicata si erano costituite dopo l’unità d’italia;
in particolare la banda che operava nelle campagne di
Montescaglioso e Bernalda capeggiata dai briganti Ninga Nanga
e Nannanea era dedita soprattutto alle scorribande nelle
masserie dei signorotti e padroni locali distribuendo poi il frutto
delle razzie tra le popolazioni più povere della Basilicata.
Fu durante una di queste scorribande che questo nostro
congiunto venne arrestato e successivamente fucilato ai piedi
della colonna di San Rocco e tutta la famiglia fu costretta ad
assistere alla sua esecuzione.
Dai racconti di mio padre, dal modo in cui questi uomini
toglievano ai ricchi per dare ai poveri, cresceva in me il fascino
per questo movimento di Robin Hood locali e sempre più forte
si affermava la coscienza di classe. Ero nato povero, da una
famiglia di lavoratori che aveva sofferto e continuava a soffrire,
mentre i ricchi divenivano sempre più ricchi. Mio nonno, anche
lui socialista, era stato sorpreso dagli uomini del podestà
fascista mentre nascondeva qualche decina di chili di grano
che non aveva consegnato ai granai sociali ed era stato
costretto ad ingurgitare un litro di olio di ricino che gli aveva
fatto tirare fuori anche le budella.
Nonostante mio padre lavorasse come bracciante, le nostre
condizioni non erano cambiate di molto,vivevamo in quattro in
una stanza di 20 metri quadrati senza fogna né acqua, ogni
giorno ci si doveva recare alla fontana del quartiere per
attingere l’acqua necessaria e ogni mattino mio padre doveva
aspettare che passasse il carretto per la raccolta fognaria per
svuotare il "candro" e "l'orinale" che avevamo nascosto dietro al letto.
I nostri pasti erano costituiti per lo più da cicorie selvatiche,
legumi, e l’ottimo pane che mia madre faceva ogni settimana,
la carne era un piatto che si consumava solo a Natale, Pasqua
e San Rocco, nonostante avessimo anche dei conigli e delle
galline, ma quelli erano riservati a pagare il medico che teneva
in cura mia madre. Si viveva nella miseria più assoluta e nella
mancanza di igiene assoluta, ricordo ancora oggi la vergogna che
provai quando a scuola ci chiesero di toglierci le scarpe per
controllarci le unghie ed io avevo i piedi così neri da far paura e
cercai in tutti i modi di nasconderli sotto le calze senza riuscirci.
CAPITOLO QUINTO
Verso la fine degli anni '60 Montescaglioso attraversava un
periodo di crisi economica veramente drammatico.
Cinque anni di amministrazione democristiana e fascista dal '60
al '65 avevano vanificati gli sforzi fatti nel l'immediato dopoguerra.
La riforma agraria che era seguita alle occupazione dei latifondi,
invece di rendere giustizia e distribuire le terre a coloro che ne
avevano diritto, aveva invece innescato un meccanismo di
clientelismo che vedeva l’attribuzione delle terre solo se si era
raccomandati dal parroco o dalla Democrazia Cristiana, e
soprattutto se si strappava la tessera del partito comunista.
I miei quella tessera l’hanno sempre mantenuta e per questo
non si videro mai assegnata nessuna quota fondiaria.
La disoccupazione negli anni '60 raggiungeva percentuali
spaventose, centinaia di giovani partivano per gli Stati del Nord
Europa, in cerca di lavoro, e quelli che restavano continuavano
ad essere disoccupati. Sull’onda delle notizie che provenivano
dal resto dell’Italia, delle grandi manifestazioni studentesche e
operaie del '69, anche a Montescaglioso cominciava a crescere
un movimento intorno alla Camera del lavoro, così nel febbraio
del '70 fu indetto uno sciopero generale che vide scendere in
piazza migliaia di lavoratori, anche a seguito della istituzione
della tassa di famiglia da parte del commissario prefettizio, che
ormai da diversi anni amministrava Montescaglioso. Il municipio,
che allora era ubicato in un appartamento del belvedere in Via
delle serre, fu preso d’assalto, centinaia di persone invasero il
comune e rischiò di farne le spese il segretario comunale, vista
l’assenza del commissario prefettizio. Gli scioperi e i cortei si
susseguirono per diversi giorni, le sedi dei partiti e dei sindacati
erano teatro ogni sera di dibattiti, in particolare la Camera del
lavoro era divenuta il fulcro di tutto il movimento. Fu allora che
sull’onda dell’entusiasmo di quelle manifestazioni, allora
quattordicenne , mi iscrissi per la prima volta alla Federazione
Giovanile Comunista, e insieme con Franco mi buttai
a capofitto nella organizzazione del movimento e delle
manifestazioni, scrivendo manifesti a catena e organizzando gli
speackeraggi. Era l’inizio di un lunghissimo periodo della mia vita
che avrebbe visto il mio destino legato giorno e notte a quello
del partito comunista.
Sull’entusiasmo di quelle memorabili giornate di lotta, a
maggio si tennero le elezioni amministrative e noi avevamo
candidato alla carica di sindaco un giovane di 21 anni;
vincemmo le elezioni portando in Consiglio dieci
consiglieri che, aggiunti all’unico socialista, ci davano la
maggioranza, così nacque una nuova amministrazione di
sinistra dopo il quinquennio neofascista e le gestioni
commissariali. Il febbraio lucano sarà sempre ricordato come
l’inizio di un era storica per la Basilicata, il '68 arrivava in
ritardo, ma stava arrivando. Ci si svegliava dal torpore del
clientelismo, nascevano movimenti operai e studenteschi in
ogni comune lucano, a Montescaglioso la FGCI diveniva il
circolo pilota di tutte le iniziative, ma anche altri movimenti che
non avevano alcun legame partitico crescevano e facevano
sentire la propria voce. Era il caso del Circolo operai studenti al
quale avevano aderito giovani di diversa estrazione politica e
sociale tra i quali Filippo Bubbico, colui che in seguito sarebbe
divenuto prima Governatore della Basilicata e successivamente
Sottosegretario in un Governo Prodi.
Intanto l’amministrazione cominciava ad operare e una delle
prime cose che mise in campo fu la redazione di un programma
di edilizia generale, dal momento che la crescente
disoccupazione era dovuta in primo luogo alla mancanza di uno
strumento urbanistico e quindi al conseguente blocco dell’edilizia.
L’incarico per la redazione di tale piano venne affidato ad un
architetto romano, il quale seguendo le linee-
guida della sezione, ma anche le proprie convinzioni di tecnico
romano, approntò un piano che probabilmente andava benissimo
per qualche comune dell’Emilia ma non certamente per i
contadini montesi, molto legati alla proprietà privata, che non
potevano assolutamente capire le novità di uno strumento che
prevedeva ampi territori da espropriare a costo economico dove
far sorgere la zona di edilizia economica e popolare destinata alle
cooperative (167). Così, dopo meno di due anni dal suo
insediamento e anche a seguito del rifiuto del PCI di permettere
la costruzione di un palazzo alle porte di piazza Roma, e anche a
seguito di guai giudiziari che investivano il sindaco per aver
difeso dei braccianti che avevano occupato il consorzio di
bonifica, l’amministrazione era costretta a
dimettersi per far posto ad una nuova giunta, sempre
social-comunista, ma con sindaco e assessori diversi. Il piano di
edilizia generale venne comunque approvato, i lavori edili
potevano ripartire e soprattutto il palazzo in piazza Roma venne
realizzato.
CAPITOLO SESTO
I movimenti giovanili crescevano comunque per conto proprio
credo che mai un periodo come quello degli anni '70 abbia visto
tanta partecipazione di giovani alla vita politica. Intanto con
Franco eravamo approdati alle superiori a Matera , io all’Itis e lui
alle Magistrali, ci eravamo separati negli studi ma formavamo
sempre una coppia fissa fuori dalla scuola. Cominciammo a
frequentare la federazione provinciale, divenendo subito
protagonisti del Movimento studentesco di Matera. A dicembre
ci furono le occupazioni degli istituti con il primo tentativo di
affrontare una esperienza di scuola autogestita. Su quelle
occupazioni si è detto di tutto, che era un occasione per non
studiare, per praticare l’amore libero o imparare a fumare le canne.
La verità invece era completamente diversa, si costituirono dei
gruppi collettivi di studio non più per classe di frequentazione, ma
per argomento da trattare e insieme con i professori disponibili
che avevano accettato di partecipare all’esperimento; si scelsero
dei campi di intervento e si cominciò a studiare e ad affrontare in
modo analitico problematiche che andavano dalla politica
all’attualità, ma anche alla storia, le scienze e le problematiche
scientifiche.
Fu un esperimento che vide impegnati quasi tutti gli studenti
materani e decine di professori. Per venti giorni l’autogestione
andò avanti tra gruppi di studio che si effettuavano al mattino e
al pomeriggio e dibattiti e concerti che si protraevano fino a
notte inoltrata, per concludersi drasticamente con una carica
delle polizia che una notte intervenne in modo massiccio in tutti
gli istituti per sgombrare, arrestando 52 studenti,
oltre alle
tante manganellate distribuite gratuitamente su tutti coloro che
si opponevano allo sgombero. Avevano chiuso gli istituti ma non
ci avevano piegati, anzi fu quello l’episodio che ci coalizzò
ancora più fortemente. Scampato alla retata fuggendo da una
finestra che dava sul lato posteriore dell’Itis, mi rifugiai con altri
studenti nei locali della federazione del PCI dove utilizzammo la
rimanente parte della notte per stampare migliaia di volantini
per la manifestazione generale del giorno dopo, che vide
scendere in piazza migliaia di studenti come mai la città di
Matera aveva mai visto prima. Io, appena quindicenne, con i capi
del movimento tutti arrestati, mi ritrovavo ora a dover gestire
quella enorme fiumana di persone. Fu il mio primo comizio fatto
davanti a migliaia di persone, il cuore mi batteva fortemente,
ma l’entusiasmo delle migliaia di studenti che applaudivano
ripetutamente mi diede la forza di continuare il comizio ed
incitare tutti maggiormente alla lotta. Occupammo lo stesso
giorno il palazzo della Provincia, chiedendo il rilascio degli
arrestati.
Dopo la manifestazione di quel giorno e dei giorni seguenti,
i 52 arrestati vennero rilasciati, ma ormai la miccia era innescata,
Matera si preparava a vivere una stagione di lotte studentesche
davvero entusiasmante, e io Franco e altri compagni che intanto
avevano aderito alla FGCI di Monte eravamo i trascinatori di tutto
quel movimento. La FGCI a Montescaglioso contava ormai oltre
duecento iscritti, nessun circolo sia di partito sia autonomo
poteva contare in tutta la Basilicata su una forza cosi
consistente; fu cosi che dal circolo di Montescaglioso partì
l’iniziativa di lotta che avrebbe portato di li a un paio di anni
alla conquista di risultati importanti come l’abbonamento gratis
a tutti gli studenti pendolari e alla nascita della Casa dello
studente per coloro che venivano da comuni lontani.
Oltre alle battaglie studentesche, quelli furono gli anni delle
grandi battaglie ideali, dall’antifascismo alle lotte di classe,
dall’antimperialismo alle lotte per l’emancipazione delle donne.
Erano gli anni della guerra del Vietnam, delle grandi
manifestazioni sindacali, del tentativo in atto da parte delle
forze reazionarie di sovvertire lo Stato con la strategia della
tensione; c’era stata Piazza Fontana e l’occupazione di Reggio
Calabria da parte dei fascisti di Ciccio Franco. Anche in
provincia di Matera la tensione era altissima, a Reggio Calabria
il 22 ottobre del '72 i sindacati indissero una grande
manifestazione nazionale per riportare la democrazia in una
città ormai in balia delle barricate fasciste; da Montescaglioso
partimmo in 9, io scappai di casa per partecipare alla
manifestazione ,nonostante l’assoluto divieto di mio padre.
Il corteo che doveva partire alle 9, alle 17 non era ancora
partito, i fascisti avevano bloccato il percorso con delle
barricate, si sparse la voce che i treni provenienti dal Nord e
che portavano altri manifestanti erano stati bloccati in quanto
la linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria era stata fatta
saltare dalle bombe fasciste. Nonostante la maggior parte dei
lavoratori non fosse riuscita a raggiungere Reggio, eravamo
comunque in 70 mila e allora i portuali di Genova decisero di
forzare il blocco delle barricate e dare il via al corteo.
Altre volte mi sono trovato ad affrontare situazioni di scontro
frontale con i fascisti o con la polizia, ma quella fu la volta che
mi è rimasta per sempre nella mente. Il corteo avanzava tra il
lancio di bombe carta dei fascisti e lanci di lacrimogeni della
polizia, noi stretti in un cordone ferreo del servizio d’ordine del
sindacato, impotenti di fronte a tanta violenza, solo a sera
inoltrata, quando la manifestazione fu sciolta, riuscimmo a dare
sfogo a tutta la nostra rabbia e scagliarci in massa nelle strade
contro i fascisti e i picchiatori di Ciccio Franco. Ci furono
scontri violenti con feriti da ambo le parti, ma alla fine la vittoria
fu totale, Reggio era libera per sempre.
Più passavano gli anni e più l’attivismo politico diveniva la mia
unica ragione di vita, ormai le mie giornate le passavo tra
sezione e federazione, volantinaggi e assemblee, non c’era un
movimento, un problema di quartiere o di categoria che ormai non
mi vedesse impegnato in prima linea; la lettura di opere di uomini
come Lenin o Marx avevano dato un impulso importante nella
mia formazione politica, ma fu la scoperta di un uomo come
Antonio Gramsci che contribuì in modo notevole alla formazione
delle mie idee e dei valori di pace, giustizia, uguaglianza e
soprattutto di rispetto della persona nei quali ancora oggi credo
profondamente. Il partito decise, anche a seguito dell'incontro avuto con Adriana Seroni, che avevo la stoffa per diventare
un dirigente e mi fece frequentare per due anni di seguito i corsi
politici per dirigenti comunisti che ogni anno si tenevano a
Frattocchie, nei pressi di Roma. Lì ebbi modo di conoscere dirigenti
del partito di grande levatura, da Napolitano a Pajetta, Amendola
e Raiclin, ma in particolare conobbi l’uomo che avrebbe significato
per sempre per me un modello da seguire per il suo modo di
affrontare la politica e di guardare avanti senza pregiudizi, l’uomo
che avrebbe dato un significato nuovo, diverso alla parola
socialismo, colui che avrebbe dato vita al socialismo europeo,
Enrico Berlinguer.
CAPITOLO SETTIMO
La strategia della tensione aveva fatto sì che i rapporti con i
fascisti locali erano divenuti ogni giorno sempre più tesi e più volte
si era sfiorato lo scontro; intanto a Matera (città dove il MSI
aveva ottenuto sempre una alta percentuale di voti) era previsto
un comizio dell’on. Almirante allora segretario dei fascisti.
Almirante era stato il guardasigilli del governo fascista che aveva
impartito l’ordine di fucilare i partigiani catturati durante la
Resistenza, e la sua venuta a Matera, città medaglia d’argento per
la resistenza, era un affronto che non poteva essere tollerato,
cosi mentre Almirante teneva il suo comizio in piazza San
Francesco, in piazza san Biagio si tenne una grande
manifestazione antifascista che vide per la prima volta uniti in
un’unica volontà antifascista tutte le forze democratiche della
provincia e anche baresi. Ricordo che in quell’occasione solo da
Bari si riversarono su Matera oltre 5000 attivisti del circolo
Lenin di Puglia.
Matera aveva dato la sua risposta massiccia e democratica
alla venuta di Almirante. Tony Bubbico, che allora era ancora
sindaco, finita la manifestazione, nel tornare a Monte con la sua
Cinquecento con a bordo la sorella e altre due compagne,
fu assalito di fronte alla federazione del Movimento Sociale da
decine di picchiatori fascisti tra i quali diversi di Montescaglioso,
l’auto venne quasi completamente distrutta, e solo grazie all’abilità
di Toni che riusci a divincolarsi si evitò il peggio, scappando verso
il punto dove noialtri montesi avevamo i pullman, e fu lì che poi
ebbe luogo una delle più grosse scazzottate tra noi e gli inseguitori.
Episodi del genere erano ormai cose di quotidiana
amministrazione, ricordo di quella volta che venne arrestato
Pino Rauti come autore della strage di Piazza Fontana e io che
commentavo l’episodio con degli amici davanti ad un bar venni
letteralmente accerchiato da alcuni picchiatori e pestato a
sangue, ci rifacemmo poi con gli interessi la sera stessa quando,
con alcuni compagni, li costringemmo ad uscire fuori dalla
processione del Venerdì Santo e gliele suonammo di santa ragione.
Era diventato un rincorrerci quotidiano tra noi e i fascisti;
in un’altra occasione li scoprimmo che stavano imbrattando i
muri giù a Fontana di garza e anche quella volta ne venne fuori
una grande scazzottata. In verità Almirante venne anche a
Montescaglioso, fu durante la campagna elettorale per le
elezioni politiche del '74. Davanti alla sezione del PCI che si
trovava in Piazza Roma era ubicato un grosso cartellone di
compensato raffigurante Ernesto Che Guevara, ben in vista
rispetto alla loggia da dove avrebbe dovuto parlare Almirante. Il
paese era invaso da centinaia di carabinieri e celerini, e davanti
alla nostra sezione ci eravamo radunati in oltre cinquecento
compagni per picchettare la sezione e far sì che i picchiatori
fascisti arrivati da tutta la provincia non tentassero qualche
sortita. Ricordo che ad un certo punto arrivò mio padre che mi
chiamò in disparte e tirò fuori da sotto la giacca un bastone a
forma di clava ricavato da un ramo di ulivo e che mi disse
testualmente: “Visto che non posso portarti via almeno se succede
qualcosa non fartele dare.” Non so se fu la vista del Che Guevara,
o la presenza di tanti militanti comunisti che presidiavano la piazza,
fatto sta che Almirante dovette interrompere il comizio per un
malore, e il giorno dopo dovette disdire il comizio che avrebbe
dovuto tenere a Reggio Calabria.
Sempre durante le elezioni del '74 avvenne un episodio
particolare, una notte che eravamo di turno davanti al tribunale
per la presentazione delle liste. Quella notte toccava a noi di Montescaglioso fare i turni di guardia davanti al portone, i turni
cominciavano già un mese prima della presentazione delle liste
per assicurarci il primo posto in alto a sinistra sulle schede.
Quella sera ci eravamo recati in federazione per prendere la
borsa contenente le liste da presentare, naturalmente era piena
solo di giornali, e lì in federazione il senatore Ziccardi appena
mi vide e conoscendo la mia impulsività pensò bene di perquisirmi
trovandomi addosso una catena che avevo avvolto attorno
alla vita che naturalmente mi sequestrò.
Cominciammo il nostro turno e intanto che stavamo lì chiacchierando a distanza di qualche metro dal portone del
tribunale arrivò una macchina ad alta velocità dalla quale
scesero alcune persone che subito corsero ad occupare il
portone del tribunale dicendo che ora erano loro i primi.
Tony corse in federazione a telefonare agli altri compagni mentre
io e Angelo, un compagno funzionario della CGIL, ci mettemmo
di fianco alla persona che occupava il portone cominciando
a spingerlo sui fianchi; mi ricordai in quel momento di avere
in tasca una grossa chiave da cantina e quindi con le mani in
tasca gliela puntai sul fianco. Il tizio sbiancò in volto e subito,
alzando le mani ,disse che si era trattato di uno scherzo e insieme
ai suoi amici pensò bene di filarsela. Fatto sta che in meno di
un quarto d'ora arrivarono davanti al tribunale non meno di
duecento compagni.
Un altro episodio accaduto davanti al tribunale di Matera avvenne
quando si tenne il processo a Giovanni Marini, un anarchico
salernitano accusato di aver accoltellato un fascista a Salerno.
Marini detenuto a Matera si era reso protagonista di una rivolta
in carcere con l'incendio di alcuni materassi.
Durante il processo ci eravamo raccolti a centinaia sotto al
tribunale per testimoniargli la nostra solidarietà. Nel momento
in cui Marini venne portato fuori ammanettato tra la folla che
urlava slogan, un ragazzo di Lotta Continua scattò alcune foto, allora il vice questore afferrò la macchina fotografica e si mise a correre
verso il palazzo della Prefettura, che era proprio di fronte.
Dalla Prefettura si riversarono in piazza centinaia di celerini con manganelli che cominciarono a picchiare e lanciare bombe
lacrimogene, mentre noi ci difendevamo con i cubetti di porfido
ammucchiati,i n quanto si stava rifacendo la piazza.
Anche quella volta furono decine i ragazzi che dovettero sottoporsi
alle cure del Pronto Soccorso con diversi tagli e ferite alla testa.
Questi però erano solo i contorni, i diversivi; le vere battaglie
erano quelle che quotidianamente si conducevano per il lavoro
la sanità e la scuola. Sempre durante il periodo in cui Toni
era sindaco si diede vita ad un altro movimento per il
lavoro, questa volta con i braccianti; decine di braccianti
occuparono il consorzio di bonifica per chiedere lavoro. Durante
il giorno si occupavano le terre del consorzio incolte e con zappe
e vanghe si dissodavano i terreni per la piantumazione di alberi e
di sera con le donne e i bambini si occupava la sede del consorzio
a Matera. L’occupazione andò avanti per oltre un mese fino a
quando non vi fu lo sgombero della polizia e i braccianti, tra i
quali mio padre, vennero denunciati insieme al sindaco, però la
lotta aveva dato i suoi frutti, si riuscirono ad ottenere
finanziamenti per la forestazione per 80 posti di lavoro che ancora
oggi persistono. La lotta di popolo con le giuste ragioni ha sempre
pagato perché di fronte alle famiglie affamate non c’è rifiuto che
tenga. Con la lotta riuscimmo a risolvere un altro annoso problema
che attanagliava Montescaglioso, quello dei trasporti.
Oggi Montescaglioso è collegato a Matera con un ottimo servizio
di pullman che ad ogni ora assicurano ai pendolari il collegamento
con la provincia, ma fino al '74 non era così. Per raggiungere Matera
bisognava recarsi con soli due pullman scalcinati di un privato
fino alla stazione ferroviaria ai piedi della collina di
Montescaglioso e di lì proseguire con un treno ancora più
scalcinato fino a Matera. A volte succedeva che nelle salite di
Matera il trenino si fermava in quanto non ce la faceva per il
troppo carico e allora bisognava scendere e fare un tratto a piedi.
Sia nei pullman che nel treno ci si stava come sardine e l’autista
del pullman doveva venire lui a chiudere da fuori le porte con delle
energiche spinte, stessa cosa per il ritorno e se per caso perdevi
il treno dovevi aspettare a Matera fino alla sera. Questo era lo stato
dei trasporti che ormai era divenuto insostenibile, così nell’inverno
del '74 decidemmo di occupare il Provveditorato agli studi di Matera
per aprire una trattativa sul problema. La trattativa si rivelo più
difficile di quanto ci si aspettasse in quanto concessionario della
tratta da Monte alla stazione era un privato che non aveva nessuna
intenzione di lasciare la concessione, così tenemmo ad oltranza
occupato il Provveditorato per oltre quattro mesi, permettendo però
il normale svolgimento delle attività di provveditorato. Alla fine dei
quattro mesi gli occupanti si erano persi per strada anche per non
perdere le lezioni, così fino alla fine rimanemmo solo in due, io e un
altro studente dell’Itis che frequentava l’ultimo anno, mentre io
ero al quarto. Riuscimmo a promuovere un incontro tra le Calabro-
lucane, il privato e la regione, alla presenza dell’allora ministro dei
trasporti Preti dal quale scaturì l’accordo che affidava l’intera
gestione della linea alle Calabro-lucane dietro assorbimento della
ditta privata. Quell’anno sia io che l’altro studente fummo bocciati,
ma la soddisfazione di tale vittoria fu così grande che avrei dato
volentieri altri anni scolastici.
Durante il periodo dell’occupazione del Provveditorato agli
studi avemmo modo di approfondire l’amicizia con un gruppo di
ragazzi sempre di Montescaglioso, appartenenti all’area
anarchica, e insieme con loro decidemmo di dar vita ad
un’esperienza teatrale, così mettemmo su un gruppo di lavoro
nei locali dell’ex oratorio che si prefisse di mettere in scena
alcuni brani tratti da Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt
Brecht; ne venne fuori uno spettacolo musicale teatrale di
notevole fattura che richiamava in modo massiccio i valori della
Resistenza e dell’antifascismo, oltre al ripudio della guerra e
all’affermazione della pace come unica via per la coesistenza
tra i popoli. Lo spettacolo fu replicato per diverse sere e i locali,
abbastanza grandi, erano pieni fino all’inverosimile, fino a quando,
dietro le numerose proteste dei benpensanti locali, una sera si
presentarono i carabinieri con un’ordinanza di inagibilità dei
locali, impedendoci di fatto la prosecuzione dello spettacolo.
Erano riusciti ad impedirci di continuare, ma intanto gli spettatori
delle serate precedenti erano stati a centinaia.
Questo era il nostro modo di vivere la politica,con entusiasmo
ma non senza delle scontate delusioni.
Negli anni precedenti i locali dell’ex oratorio erano stati teatro
di numerosi dibattiti e anche di scontri verbali tra i diversi gruppi
giovanili, in quei locali messi a disposizione dall’allora parroco
don Antonio Tricase, ci eravamo confrontati noi della FGCI con i
giovani del Movimento Giovanile della DC che era anch’esso
abbastanza consistente, e con altri gruppi autonomi tra i quali il
Circolo operai studenti. Per mesi si erano susseguiti i dibattiti su
vari argomenti, dai problemi della scuola a quelli del lavoro, dello
sviluppo e della industrializzazione in Basilicata; in quei locali fu
costituito il collettivo politico montese che comprendeva di fatto
tutti i movimenti giovanili, e di lì partivano ormai tutte le iniziative
e l’organizzazione degli scioperi. Nasceva in quei locali una delle
prime esperienze di cooperative di produzione e lavoro messa su
da un gruppo di lavoratrici che aprì un laboratorio tessile, anche
grazie all’apporto del parroco e di altri due sacerdoti, don Angelo
Bianchi e don Angelo Scandiffio, preti progressisti e ritenuti dalla
curia ormai dichiaratamente comunisti; perseguitati per anni dal
potere ecclesiastico e democristiano, furono poi costretti a
dimettersi da sacerdoti e a riprendere i loro abiti civili. Devo dire
che noi comunisti ci guadagnammo, in quanto uno dei tre, Angelo
Bianchi, aderì al pPCI, divenendo uno dei più grandi e genuini
dirigenti del partito comunista della provincia di Matera.
CAPITOLO OTTAVO
Intanto si avvicinavano nuovamente le elezioni amministrative,
e il giudizio sull’operato dei cinque anni di amministrazione
socialcomunista erano molto severi, si era dato sì nuovo impulso
alla ripresa dell’edilizia, ma si erano creati altresì molti
malcontenti dovuti agli espropri effettuati per l’edilizia
convenzionata. Problemi annosi come quello relativo alla
realizzazione della rete fognaria nelle zone nuove del paese
restavano irrisolti tanto da essere divenuti ormai come una
bomba pronta per scoppiare; diverse volte già erano stati
riversati davanti all’ingresso del Municipio cumuli di merda
buttati da qualche cittadino ormai al limite dell’esasperazione e
magari fomentato da qualche dirigente locale della DC
Nella nostra sezione si respirava già un’aria di smobilitazione,
tant’è che al congresso sezionale del '75 la relazione introduttiva
venne affidata a me che allora non avevo ancora vent’anni ed ero
appena entrato a far parte del comitato direttivo; già si
preannunciava la sconfitta, ma nessuno poteva mai immaginare
che le proporzioni sarebbero state catastrofiche. La Democrazia
Cristiana anche grazie ad un accordo sottobanco con il
Movimento Sociale conquistò la maggioranza assoluta, noi fummo
ridotti al minimo storico riuscendo a portare in Consiglio comunale
solo sei consiglieri; si inaugurava cosi il periodo dal '75 all’80 che
sarà ricordato come quello dei cinque anni cinque sindaci.
Fu cosi che si avvicendarono alla guida del comune cinque
sindaci democristiani, Bitondo,Pietromatera,Silvaggi,ancora
Bitondo e Petrozza, in un continuo logoramento di lotte intestine
dovute per lo più alla conquista e al mantenimento del potere da
parte di lobbies appartenenti alle diverse correnti della Democrazia
Cristiana.
L'amministrazione di sinistra era stata incapace di
affrontare i problemi, ma quella democristiana li aggravava
sempre di più, visto che l’unico loro interesse era dato dai suoli
che si sarebbero dovuti svincolare e soprattutto chi fossero i
proprietari. Ogni giunta che cambiava operava varianti a
secondo dei propri amici,sconvolgendo completamente lo spirito
del programma di fabbricazione che invece aveva voluto dare
delle regole precise, fu cosi che si potè costruire senza un
minimo di rispetto delle regole più elementari di urbanistica e
nacquero strade non più larghe di cinque metri, palazzi che
superavano le altezze massime stabilite, il verde e gli spazi
pubblici erano diventati un optional da ricercare su qualche
libro di geografia, visto che si permise di costruire in modo
sciagurato.
Basta fare un giro nei quartieri nati in quel periodo per rendersi
conto dello scempio operato. Devo essere onesto però nel
riconoscere che anche alcune delle nostre amministrazioni
passate e future avevano o hanno avuto comportamenti simili.
CAPITOLO NONO
Io intanto avevo finito le superiori e in attesa di lavoro
continuavo il mio impegno politico in principal modo sui temi
di natura generale e soprattutto a Matera, dove ormai svolgevo
un ruolo di dirigente provinciale dei giovani comunisti.
Le grandi battaglie degli anni '70 stavano passando, e la
tensione che prima era data dagli scontri con i gruppi fascisti
si era spostata all’interno dell’area di sinistra; gli scontri
dialettici anche violenti ormai erano all’ordine del giorno con
i gruppi della sinistra extraparlamentare e gruppi di
provocatori come quelli di Comunione e Liberazione o come i
nazimaoisti di Lotta Comunista. In Italia stavano dilagando i
gruppi di autonomi che facevano da supporto a quelli di Prima
Linea e delle Brigate Rosse. Per noi della FGCI non era facile
dover contrastare le accuse di amici dei terroristi che ci
venivano rivolti da destra e quelle di revisionisti che ci venivano
da sinistra, però di una cosa eravamo certi, per quanto la lotta
armata potesse sembrare figlia del marxismo, non apparteneva
alla nostra cultura e alle nostre convinzioni, anzi era la negazione
dei principi più elementari del socialismo e della storia del partito
comunista, e pertanto andava contrastata e combattuta con la
stessa forza con cui avevamo scacciato il fascismo e ci eravamo
opposti ad ogni tentativo di sovvertimento dello stato da parte
delle forze reazionarie,(governo Tambroni e golpe Borghese),
d’altronde la scelta della non-violenza il PCI l’aveva già fatta nel '48
quando, a seguito dell’attentato a Togliatti, fu lui stesso a
fermare i compagni pronti a scendere in piazza con le armi e ad
evitare una guerra civile. Viva il grande Partito comunista di
Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer! era lo slogan che
gridavamo nei cortei, e nella lettura di questi grandi uomini c’era
la storia e l’evoluzione del Partito comunista, che da partito
dell’Internazionale socialista bolscevica si era evoluto fino alla
condanna più totale dei fatti d’Ungheria e alla formulazione di
Berlinguer della via italiana al socialismo attraverso l’unione delle
due più grandi componenti sociali, quella cristiana e quella
socialista.
Pienamente convinto di questi ideali, non esitai un istante a
scendere in piazza contro il terrorismo delle Brigate Rosse, con la
stessa forza con cui avevo affermato il mio antifascismo. Ai primi
di marzo del ' 77,i n partenza per il servizio militare, mi fermai a Roma
per qualche giorno a casa di compagni, avevo allacciato una
stretta amicizia con alcuni della sezione PCI di via
Torpignattara, e insieme a loro ci recammo a fare il servizio d’ordine
al comizio di Lama davanti all’università occupata dagli autonomi.
Fummo attaccati dai gruppi di autonomi e Lama dovette
interrompere il comizio e io mi beccai una bastonata sulla fronte
di cui ancora oggi porto i segni. Furono quelli gli anni in cui
cominciai ad occuparmi con più determinazione dei diritti dei
popoli, visto che ebbi modo in diverse occasioni di ospitare a casa
mia giovani palestinesi che scappavano in Italia, perché
perseguitati politici della reazione israeliana all’Intifada.
Il '78 fu l’anno del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro ad
opera delle Brigate Rosse, e apparve ancora più chiaro che il
vero obbiettivo delle BR non era quello di instaurare uno stato
socialista, come volevano far credere, ma al contrario impedire
che il dialogo tra forze cattoliche e forze socialiste potesse
andare avanti. Con la eliminazione di Moro si toglieva di mezzo
l’uomo che nella Democrazia Cristiana aveva recepito l’importanza
del compromesso storico ipotizzato da Enrico Berlinguer e che
si adoperava affinchè tutto ciò si potesse realizzare.
Ero appena tornato dal servizio militare e già mi vedevo di
nuovo proiettato nella battaglia politica, anche perché oltre alle
manifestazioni per l’uccisione di Moro un’altra importante
battaglia per l’affermazione dei diritti civili ci aspettava di lì a
pochi giorni, il referendum per la legge sull’aborto.
Fu proprio all’apertura della campagna elettorale di tale
referendum che nell’allestire il palco per il comizio mi conficcai
in un occhio un filo di ferro che mi provocò una cataratta
traumatica e lo spappolamento del cristallino. Quella campagna
elettorale la passai in ospedale, con la prospettiva rivelatasi poi
realtà di perdere completamente l’uso dell’occhio sinistro.
Io, ventenne disoccupato, con mio padre ormai pensionato,
mi sentii crollare il mondo addosso anche quando appresi che
l’Unipol, con la quale avevamo stipulato una assicurazione non
avrebbe pagato una lira in quanto l’assicurazione copriva solo
i terzi danneggiati e io invece ero ritenuto un interno al partito.
Passai dei mesi d’inferno cercando una possibile soluzione,
ma qualunque soluzione mi portava ad un possibile intervento
di trapianto di cristallino che all’epoca era praticato solo in
Russia, ma avrei dovuto pagarmi tutto da solo, e né io né i miei
avevamo il minimo di possibilità. Ero stato lasciato da solo ad
affrontare questo dramma, nessun interessamento da parte di
coloro che ritenevo ormai la mia grande famiglia. Fu grazie
all’interessamento personale di Antonello Trombadori, che intanto
avevo avuto modo di conoscere durante un comizio a Matera, che
riuscii a trovare posto l’anno successivo all’Oftalmico di Torino
dove mi fu asportato il cristallino. In verità la federazione del PCI
forse per rimorso o perché spinta da Trombadori si propose di
trovarmi un posto di lavoro in una Banca materana, ma io rifiutai
categoricamente, e comunque di rimborsarmi le spese sostenute
durante il mio ricovero a Torino che accettai e quantificai in 180
mila lire. Una sera, l’amministratore della sezione mi chiamò e mi
disse che era arrivato l’assegno dalla Federazione e che potevo
passare a prenderlo, così feci, e ricevuto l’assegno mi sentii
chiedere dall’amministratore che cosa avrei lasciato di contributo
alla sezione; mi sentii così di merda che presi l’assegno, lo girai
e lo lasciai per intero.
CAPITOLO DECIMO
Per un po' di tempo, preso da rancore, non mi feci vedere,
ma poi', spinto da una forza interiore che mi diceva che le cose
in cui credevo e i miei ideali erano tutt’altra cosa, decisi di
lasciarmi tutto alle spalle e di continuare con il mio impegno
politico. Avevo ricevuto tante botte dai fascisti o dalla polizia,
ma nessuna era stata dolorosa come questa, allora capii che
dovevo prepararmi a riceverne altre, anche perché i partiti sono
fatti da uomini e gli uomini non sono gli ideali.
In verità durante tutto questo periodo due persone mi erano
rimaste vicine e credo abbiano veramente sofferto per ciò che
mi era capitato, e questi erano il papà e la madre di Franco, che
intanto, finito le superiori, si era trasferito a Torino all’Università,
dove già si trovava per lavoro suo fratello maggiore. C’è da dire
che, nonostante il padre fosse uno dei dirigenti storici del Partito
comunista in provincia, aveva preferito che il figlio trovasse
lavoro a Torino, piuttosto che essere accusato minimamente di
favoritismo o clientelismo, e questo perché Ciro è sempre stato
un compagno fortemente ideologizzato e pienamente convinto
delle cose in cui ha sempre creduto e propagandato. Fu proprio
grazie a Ciro che passai i due anni successivi a lavorare in qualità
di funzionario presso un sindacato di categoria, ma era un lavoro
che francamente non riuscivo a svolgere con il dovuto impegno,
così decisi di lasciare e impiegarmi come carpentiere
edile presso la ditta di mio fratello, per poi iscrivermi
direttamente all’artigianato e cominciare una attività in proprio.
Dopo il nulla di fatto delle elezioni amministrative del maggio
'80, il 30 novembre si tornò nuovamente a votare e riuscimmo
ad eleggere questa volta una giunta paritaria, capeggiata da un
giovane architetto iscritto da qualche anno al PCI, proveniente
dall’esperienza del Circolo operai studenti, che successivamente
si sarebbe rivelato uno dei più grandi uomini politici della nuova
Basilicata, arrivando a ricoprire la carica di presidente della
Giunta regionale, Filippo Bubbico, dando vita alla prima
amministrazione Bubbico durata solo otto mesi.
Il 23 novembre dell’80, proprio nel pieno della campagna
elettorale, vi fu una forte scossa di terremoto che sconvolse
l’Irpinia e la Basilicata. Le notizie che arrivavano erano
frammentarie e confuse, però a noi apparve subito che doveva
trattarsi di una scossa catastrofica, così, dopo una rapida
consultazione in sezione e anche con gli altri partiti, decidemmo
di inviare nelle zone colpite una prima squadra di soccorso,
equipaggiata di aiuti alimentari, in particolare pane,
e attrezzatura da lavoro e legname da costruzione.
Raggiungemmo Sant’Andrea di Conza in Irpinia intorno alle
cinque di mattina dopo aver attraversato l’alta Basilicata nei
comuni di Bella, Balvano, Muro Lucano e Pescopagano, e fu
proprio a Balvano che trovammo già in allestimento il campo
base della regione Emilia-Romagna, con campeggio attrezzato,
servizio mensa e ospedale; dove ancora non erano arrivate le
istituzioni preposte, l’Emilia era già arrivata in così pochissimo
tempo. Da Sant’Andrea a Conza c’erano pochi chilometri,
e presto ci trovammo di fronte ad uno scenario che non avrei
mai voluto vedere in tutta la mia vita; un paese completamente
raso al suolo, da sotto i cumuli di pietra si estraevano solo
cadaveri maciullati, a Conza alla fine si contarono oltre 600
morti su una popolazione di neanche 800 persone, io ero
riuscito a mettere in funzione un vecchio gruppo elettrogeno
con il quale riuscii a dare corrente ai locali di una scuola dove
allestimmo una base per i primi soccorsi e il vettovagliamento.
Il gruppo dei montesi rimase in zona per una settimana mentre
altri facevano la spola da Montescaglioso per gli
approvvigionamenti di pane e di legname con il quale
costruivamo baracche di fortuna, fino alla domenica successiva
quando, tornati a Montescaglioso per votare, il gruppo fu
bloccato da una forte nevicata e quindi impossibilitato ormai a
raggiungere le zone terremotate. A Conza eravamo rimasti solo
io ed un altro ragazzo di Montescaglioso, e, ironia della sorte, era
un attivista di un gruppo fascista di estrema destra con il quale
in passato mi ero picchiato decine di volte. Io solo lì con un
fascista e la sua macchina, dovevo evitarlo o accettare la
situazione e quindi stringergli la mano mio malgrado e lavorare
fianco a fianco? Credo che le stesse cose siano passate nella
mente di quel ragazzo, alla fine ci guardammo negli occhi e ci
dicemmo: ciao, io sono Tonino, ciao io sono Emanuele, e ci
stringemmo la mano, anche se già sapevamo molto bene come
ci chiamavamo.
Passò tutto in un attimo, alle spalle avevamo il nostro passato,
di fronte il futuro, un futuro che in quel momento aveva l’odore
della morte, la morte di quanti giacevano di fronte a noi in quelle
misere casse di legno, di quanti ancora restavano sotto quelle
macerie e che ci sarebbero rimasti per sempre, sotto una colata
di calcestruzzo, non più nemici pieni di odio e rancore, ma amici
di una amicizia che sarebbe durata in eterno perché nasceva
dalla voglia di entrambi di essere in qualche modo di aiuto a
quelle persone che in un istante avevano perduto tutto.
Il bianco e il nero, il fascista e il comunista assieme, fianco a
fianco, con un solo unico obbiettivo: come era possibile tutto ciò?
Insieme io ed Emanuele rimanemmo in zona per un mese esatto,
fino al 23 dicembre, cercando di renderci utili in qualche modo in
mezzo a quella desolazione, attorniati da volti impauriti con gli
occhi stralunati, incapaci di esprimere il benchè minimo di
emozione. Assistemmo a fatti davvero sconcertanti,fummo
testimoni di atti di sciacallaggio inimmaginabili, sindaci e
personaggi che avrebbe dovuto essere i protagonisti in positivo
degli aiuti, che invece imboscavano i rifornimenti alimentari e
vestiari nei propri garage, plotoni dell’esercito che arrivati per
soccorrere si erano portati dietro fucili e baionette invece che
vanghe e attrezzature da lavoro; i veri aiuti venivano invece da
gruppi di volontari arrivati da tutta Italia e che si prodigavano
per assicurare a quelle povere genti conforto e pasti caldi. A tal
proposito va menzionato l’impegno profuso dai ragazzi di Radio
Onda Rossa di Roma che riuscirono ad allestire una delle più
grosse mense della zona, assicurando i pasti a migliaia di persone.
Dopo tredici giorni dal giorno della prima scossa accadde un fatto
davvero incredibile: da sotto le macerie di Sant’Angelo dei
Lombardi fu tirata fuori una bambina di undici anni,
miracolosamente ancora in vita. Emanuele con il baracchino
installato sulla propria macchina riuscì a chiamare un elicottero
di soccorso che in pochi minuti trasportò la bimba in ospedale;
finalmente, dopo giorni e giorni di angoscia e disperazione, un
episodio che ci dava un po' di gioia e che ci spronava ancora di
più ad aiutare quelle genti consapevoli che ognuno di noi era
importante in quella lotta contro il tempo e contro l’inverno che
ormai si era abbattuto implacabile su quelle terre sciagurate.
Non ho più rivisto Emanuele, le vicissitudini della vita han fatto
sì che lui emigrasse e che anch’io lasciassi il mio paese, ma
ovunque lui si trova, sono sicuro che ogni volta che ricorda quel
periodo non può fare a meno di pensare a come due persone
divise da ideali completamente opposti abbiano avuto la fortuna
di incontrarsi, mettendosi alle spalle gli antichi rancori, rimanendo
entrambi convinti delle proprie idee, ma legandosi di un’amicizia
che porteranno nel cuore per tutta la vita. Ho riflettuto molto su
questo episodio e continuo a riflettere, la risposta è sempre la
stessa, le divisioni ideali non contano quando si appartiene allo
stesso mondo, quando si è sofferta la fame e la miseria, quando
si deve fare i conti con i soldi che non ci sono e si ha l’affitto da
pagare, le medicine da comprare, i figli da vestire e mandare a
scuola. Bianco o nero, fascista o comunista non conta, conta
l’appartenenza o meno ad una determinata classe sociale.
Le differenze tra gli uomini non stanno nel colore della pelle o
nei proprii credo religiosi o politici, nell’essere uomo o essere
donna, o vivere una sessualità diversa da quella degli altri,
la vera differenza sta nell’avere e nel non avere, nello sfruttare
e nell’essere sfruttati, nel bombardare e nell’essere bombardati,
specie quando ad essere bombardati sono bambini, donne,
popoli da sempre sottomessi allo schiavismo e all’oppressione
di un pugno di balordi che detengono il potere economico e si
sono eletti a padroni del mondo.
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