martedì 23 novembre 2010

QUEL 23 NOVEMBRE INFINITO


Quel 23 novembre infinito

Son passati trent’anni, da quel fatidico 23 novembre dell’80, quando in un umida serata di metà autunno, l’Irpinia e la Basilicata furono scosse da un terremoto di proporzioni catastrofiche.

La colonna di S. Rocco nella piazza di Montescaglioso, sembrava dovesse venire giù da un momento all’altro, tutto tremava, sotto ai nostri piedi sembrava venisse meno l’asfalto, per un lunghissimo interminabile minuto il terrore si impadronì delle nostre menti, e la gente correva avanti indietro, giù per le scale, fuori a cercare gli spazi larghi ove trovare riparo.

Un lunghissimo interminabile minuto che ci tenne sospesi nella paura e nell’angoscia di dover vivere una specie di fine del mondo.

E la fine del mondo arrivò per davvero, quello che aveva risparmiato Montescaglioso e la collina Materana, non aveva lasciato però indenne un vasto territorio della nostra Lucania e dell’Irpinia, dove la morte si abbattè impietosa sulle inermi popolazioni già provate dalla miseria costretti a vivere in case di pietra malmesse e pericolose.

La generosità dei Montesi si fece sentire, nel giro di pochissime ore mettemmo in piedi un gruppo di volontari, composto da ragazzi ventenni, muratori, carpentieri, artigiani, oltre una ventina, e caricato su alcuni furgoni, pane, badili, picconi, assi, e attrezzatura diversa, partimmo alla volta dell’Irpinia, attraversando l’alta Basilicata, attraverso la strada che da Piperno porta verso Muro Lucano, e quindi S. Andrea di Conza.

Arrivammo dalle parti di Balvano verso le cinque di mattina, e in una radura all’uscita del paese, ci fermammo presso un campo tenda in allestimento, erano quelli delle Cooperative Emiliane, che con i Sindacati avevano già raggiunto quella zona e ci chiesero di proseguire in quanto li loro erano già più che sufficienti, visto che nonostante la distruzione, i morti non sembrava fossero in tanti.

Raggiungemmo S. Andrea alle prime luci dell’alba, e li ci posizionammo in una scuola e allestimmo il nostro punto di accoglienza per la gente che era rimasta senza casa.

Io e Tony Bubbico ci recammo in comune e dal Sindaco ottenemmo un attestato che ci riconosceva come responsabili del gruppo di Montescaglioso e ci autorizzava ad intervenire ai suo nome. Ad una impresa edile requisimmo un gruppo elettrogeno e con quello riattivammo la corrente elettrica alla scuola che divenne cosi un vero e proprio punto di accoglienza dove far confluire gli aiuti che cominciavano ad arrivare da ogni parte d’Italia.

Il grosso del gruppo di Monte invece si stanziò sulle colline di S.Andrea, e li sotto controllo di Liborio Didio e Mauro Bubbico, i nostri ragazzi carpentieri, Nunzio Panico, Mario Abate, Berardino e Angelo Didio, Rocco Locantore, e tanti altri di cui francamente non ricordo i nomi, ma che non hanno meno importanza, cominciarono a costruire ricoveri per gli animali che erano rimasti senza le stalle.

Il giorno successivo mi recai a Conza, da dove le notizie che arrivavano parlavano di centinaia di morti. Sulla strada per Conza, mi fermai ad un punto di raccolta gestito da un battaglione di militari di stanza a Trani, e li incontrai un altro ragazzo di Montescaglioso , Giovanni Ditaranto, militare, il quale mi diede un sacco a pelo nel quale avrei dormito per i successivi trenta giorni che rimasi nelle zone terremotate.

A Conza, mi aspettava qualcosa che non avrei voluto mai vedere in tutta la vita. Centinaia di bare in fila, un paese completamente distrutto e la desolazione negli occhi dei pochi rimasti a testimoniare ormai la mancanza di lacrime ma solo l’angoscia.

Avevo sempre avuto un rapporto molto strano con i defunti, difficilmente ne avevo toccato uno fino a quel momento, se non fosse stato veramente necessario, come per mio padre, morto alcuni msi prima, invece ora mi ritrovavo a doverli tirare fuori da sotto le macerie che scavavamo a mani nude e con l’aiuto di pale e picconi.

I trenta giorni che seguirono furono un insieme di sensazioni, rabbia, disperazione, angoscia, e anche consapevolezza che tutto sarebbe cambiato da quel momento nel mio modo di pensare.

Feci amicizia in quei giorni con Emanuele Appio, mio eterno “nemico” politico, in quanto appartenente ad una associazione di estrema destra, e con il quale intrapresi una amicizia che dura tutt’ora, e che mi ha fatto capire in fondo che in politica vi sono solo degli avversari e non dei nemici.

Tornai a Monte il 23 dicembre, giusto un mese dopo, sentivo che molto era cambiato e che mai avrei potuto dimenticare quei poveri corpi che man mano che tiravamo fuori avevano un effetto sempre diverso.

Il 24 mattino nei locali dell’oratorio di corso Repubblica, addetti del comune distribuivano gli aiuti arrivati anche a Montescaglioso:parmigiano, olio, pasta, burro, latte, coperte, ecc.

Centinaia di persone accalcate ad aspettare il proprio pacco, e li persone di tutte le estrazioni, persone povere, ma anche benestanti che di sicuro non avevano bisogno di quel pacco.

Non nascondo che mi sono vergognato per loro.

Mi vergognavo di quei comportamenti della mia gente, ma non sapevo ancora quello che avrei vissuto negli anni successivi.

La ricostruzione parti con una prima legge straordinaria per la messa in sicurezza degli edifici pericolanti, e successivamente con la 219, per la ristrutturazione vera e propria.

Quello che successe credo sia sotto agli occhi di tutti.

Per anni la 219 continuò ad elargire fondi, e quei fondi spesso trovarono strade diverse, quelli che dovevano servire per la ricostruzione e per ridare un alloggio e dignità a coloro che avevano perduto tutto, tutt’altro fecero che lo scopo per i quali erano destinati.

In Irpinia e in Basilicata vi sono ancora oggi dopo trenta anni persone che vivono nelle baracche, persone che quel 23 novembre non hanno perso soltanto i loro cari e i loro beni, ma anche il diritto a sognare in un futuro diverso, e vi sono anche gli sciacalli, quelli che si sonno arricchiti, che si son fatti le ville, che han fatto speculazioni. La camorra ha gestito buona parte di quei fondi, progetti mastodontici di strade mai realizzate, ma regolarmente pagate, milioni di metri cubi di cemento, fatturati e mai utilizzati, e politici conniventi che han fatto le loro fortune.

Ho ancora negli occhi quei corpi e l’angoscia della gente, ma anche la rabbia per lo sciacallaggio successivo, e oggi che un altro terremoto ha sconvolto un’altra parte di questa nostra Italia, L’Aquila, e le risate irrispettose di altri sciacalli si sono fatte nuovamente sentire, mi chiedo se quel minuto della sera del 23 novembre dell’80 avrà mai fine.

Ripenso sempre a quei giorni, li sogno e li rivedo nei miei pensieri, e custodisco ancora quel sacco a pelo che per trenta notti ha raccolto il pianto di un ventenne che non aveva tempo per piangere di giorno.

tonino

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